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lunedì 31 marzo 2014

Stavolta ci metto la faccia.



Ho scoperto un altro vantaggio di essere mamma: conosci tante altre mamme. E le mamme, si sa, non sono mai solo mamme, sono anche un concentrato di tante, incredibili idee.

Una di queste meravigliose amiche, mi ha finalmente aiutato a rendere un po’ più bella la pagina Facebook di una Mamma come copy. Perché, ammettiamolo, anche l’apparenza ha la sua importanza!

Sandy è una disegnatrice con le mani e gli occhi di una mamma. Ci ha ritratti così bene che appena Marco ha visto la sua illustrazione, ha riconosciuto sia lui che la sua mamma Isa.
Obiettivo raggiunto, direi.



Da oggi, questa copertina sarà anche la cornice delle nostre tante avventure, quindi: 

Mamma Isa, Marco, Papypapà, 
la focaccia grande così, la versione splatter di Cappuccetto Rosso, 
i figli matrioska, i punti di vista, le mamme Peter Pan e quelle da parchetto, 
i bambini che fanno oh e le mamme che fanno oooooh!
le lavatrici e gli armadi da svuotare,
i 4 nonni, le date importanti,
le lettere d’altri tempi e i figli 2.0,
chi sa contare e chi conta solo fino a "fottiti", 
le cacche notturne, i grandi sogni e quelli grandi come brioches, gli imprevisti e le gare di scoregge... 
insomma, io e tutta la mia vita ancora da scrivere, siamo tutti un po’ belli!

E ci trovate sempre qui:

se invece volete conoscere meglio mamma Sandy, la trovate qui:

giovedì 27 marzo 2014

Mamma dixit - Intercettazioni creative. Guida pratica per chi ha una mamma in casa.


Sono una mamma junior. Appena uscita dal mio periodo di stage.
Se si considera che uno stage dura in media un anno, e io sono mamma da due.

Nonostante la mia poca esperienza, sono in grado di stilare una scaletta di punti per tutte quelle persone che hanno una mamma in famiglia e ne hanno paura (se non l’avete, regalatevene una a Natale, ma per favore, non abbandonatela in autostrada ad Agosto).

Parché una mamma è necessariamente una donna e, se già noi donne non siamo proprio lineari nelle nostre esternazioni, con la maternità, possiamo diventare addirittura sibilline.
La cosa più difficile, per una mamma, è ammettere di non farcela da sola e chiedere aiuto. Forse perché continuiamo a ragionare come prima: stzè, in ufficio sono a capo di un reparto di 20 persone, vuoi che non riesca a gestirne una sola? E pure piccola?

Purtroppo, nella maggior parte dei casi, la risposta è no!



Allora, come si può interpretare il linguaggio non verbale, il meta testo di una mamma, prima che il panico si trasformi in tragedia?


1 – se la mattina vi saluta con un sorriso, fatele una domanda trabocchetto, chiedetele cosa fai oggi? Se il suo sorriso si increspa, il mento trema e la maschera di gesso si crepa. Chiamate aiuto.

2 – se la trovate davanti al tg, che piange disperata per il servizio sui gatti randagi, offritevi subito di portare il neonato a fare un giretto.

3 – se sta sistemando, per la terza volta di seguito, i libri in ordine alfabetico nella libreria, è perché sta cercando di organizzare quanto le è possibile. E al momento le sono rimasti solo i libri.

4 – quando vi dice, non ti preoccupare, va tutto bene e poi si chiude a chiave in bagno: non va a controllare se ha una foglia di insalata tra i denti ma, ebbene sì, ha una crisi di pianto.

5 – se quando tornate a casa, la trovate in lacrime, non chiedetele perché piangi? Vi do un aiutino: sicuramente non ha fatto un trito di cipolle.

6 – se la vedete dondolare qualunque cosa entri in contatto con le sue mani: sedia, poltrona e pure la abat jour della sala, non è Parkinson, è “sindrome da culla”. Non preoccupatevi, passa nel giro di sei mesi e si cura con tanta pazienza.

7 – se già ci metteva un secolo in bagno, preparatevi, perché adesso penserete che si sia persa tra la vasca e il bidet! È l’unico momento in cui una mamma deve pensare solo a sé e sfrutterà il tempo del bagno come una seduta dallo psicanalista. Non disturbatela. Tanto vi risponderà soltanto occupatoooo!

8 – non dite mai a una mamma, con un neonato urlante tra le braccia, puoi farlo smettere?  Perché esiste uno speciale articolo della legge italiana che permette a questa donna di accanirsi su di voi come uno dei peggiori walking dead.

9 – occhiaie, pallore, rughe accentuate fanno parte del pacchetto. Quindi, non chiedete mai a una mamma sei stanca? Datelo pure per scontato. Piuttosto, ditele che le tenete per un po’ la sua dolce prole, così può schiacciare un pisolino!

10 – un’informazione di servizio per tutti quelli che vogliono fare visita a una neo mamma. Se volete stravaccarvi sul divano e fare du-du-du da-da-da al piccolo erede, avete sbagliato momento. Per questo dovete aspettare una ventina d’anni, fino ad allora c’è bisogno di gente operativa. Pochi fiori e tante opere di bene!

Un ultimo consiglio. Una mamma nasce quando il suo bambino viene al mondo, quindi, è molto più giovane della sua età anagrafica. Per questo, a volte, ha bisogno che qualcuno si prenda cura di lei. Anche se non lo ammetterà tanto facilmente!

mercoledì 19 marzo 2014

L'eterno secondo.



-54

Oggi è il giorno dedicato a quel personaggio che nella famiglia italiana è sempre un po’ dimenticato. Diciamolo: la mamma italiana è famosa in tutto il mondo. L’abbiamo esportata così bene, che è entrata di diritto nei luoghi comuni del Belpaese: pizza, mandolino e la mammmmmma!

Ma, se è vero che di mamma ce n'è una sola, è papà a non avere plurale.

Oggi è la festa dell’attore non protagonista, quello che anche quando vince l’Oscar, tutti si domandano: ma che film ha fatto?

Che poi, in fin dei conti tutto parte da loro, in realtà. Eppure, questi poveri papà, passano via, via in secondo piano, anche se si devono sorbire donne irriconoscibili, con voglie al limite della legalità sanitaria, con sbalzi di umore che il Dottor Jekyll e Mr Hyde, in confronto, erano sani di mente.

Lei: Aggiungi un cuscino,
togli un cuscino.
Portami un gelato, anzi no, la Nutella,
mettici qualche patatina…

Lui: Ma vuoi le patatine con la Nutella???

Lei: Sììì, bella idea! Porta, porta!

È pur vero che noi ci subiamo le doglie e il parto, che io avrei scambiato volentieri con il genere maschile, al posto del servizio militare. Ma adesso non c’è più e non saprei cos’altro barattare.

In ogni caso, io al mondo dei papà voglio bene, perché si sono evoluti un sacco. 
Forse hanno fatto più passi avanti delle mamme, a dire il vero.

I nostri padri dicevano cose del tipo: a me la cacca di mio figlio fa proprio schifo, non riuscirei mai a cambiarlo. Forse pensavano che le loro signore, invece, ci banchettassero, con i residui chimici da pannolino!

Adesso i papà almeno ci provano: spesso Marco ha la maglia di un pigiama invernale con dei pantaloni estivi. Praticamente, una quattro stagioni ambulante, con tanto di calze scompagnate.
Altre volte, lo ritrovo nel letto con le ciabatte ancora ai piedi, rigorosamente sotto le coperte. Non voleva proprio saperne di toglierle! È la solita difesa d’ufficio.

Marco, con me, fa i puzzle nel modo convenzionale. Con suo papà si sono inventati i puzzle “matti”, tutti invertiti: la testa del lupo col corpo della giraffa e le gambe della mucca. E giù le risate!
Questo è il succo del discorso: i papà sanno essere più matti. Escono dal loro ruolo di genitore, più di quanto facciamo noi mamme. E mi sono anche sforzata, non è che non l’ho fatto, ma alla fine, io sono quella delle regole, scherzose, giocherellone, ma pur sempre regole.

Oggi voglio fare gli auguri a questi attori non protagonisti e per un giorno (non vi ci abituate) farli sentire al centro della scena.

Perché solo chi è al secondo posto, non si stanca mai di provarci, per cercare di arrivare primo.

Ecco perché, ho deciso di regalare a tutti i papà uno dei capisaldi della creatività internazionale, che porta dentro di sé questo concetto semplicissimo e verissimo. È dedicata ai numeri due, che vogliono diventare numeri uno!
Nasce dalla mente di uno dei padri della pubblicità: Bill Bernbach.

Quindi, da padre a padre: tanti auguri!




martedì 18 marzo 2014

Mamma dixit - Intercettazioni creative. Mamma, questo proprio no!


Questa volta “no” voglio dirlo anch’io. Ecchecavolo, lo deve dire sempre e solo Marco?!

L’orologio biologico esiste. E non parlo solo di quello che ci fanno ticchettare davanti al naso quando, alla soglia dei trent’anni, non abbiamo uno straccio di relazione stabile, del principe azzurro neanche l’ombra e del nostro desiderio di maternità non sappiamo che farcene.

No, parlo di un orologio biologico che riguarda anche quelle che rientrano perfettamente nelle statistiche della famiglia modello:

sposata,
attesa di un paio d’anni di frizzi e lazzi,
nascita del primo figlio,
attesa di altri due anni (senza frizzi e lazzi),
nascita del secondo bebè,
arrivo di un cane per completare il quadretto.

Ebbene, anche in questi casi, scattano dei limiti età. Infatti, recenti studi hanno dimostrato che, nonostante si credesse immune, anche la donna può soffrire della sindrome di Peter Pan.



1 – Trovarsi con le amiche e divertirsi per una serata di libera uscita va benissimo! Ma ricorda che per stare in piedi fuori dal tettuccio della limousine rosa, presa a nolo per la serata, ci vuole tanto equilibrio e tanto stomaco… nel senso che è meglio se ti ricordi di mettere la canottiera, che poi ti si blocca tutta la cena e ti rovini la serata!

2 - Quando il ragazzo in fila davanti a te in discoteca, ti chiede (dandoti rigorosamente del Lei) se per caso non ti ha già visto alle riunioni della Stanhome organizzate dalla madre, capisci che forse non è il locale che fa per te. (già parlare della Stanhome, mi colloca lontana anni luce dalle generazioni di teenager di oggi)

3 - Se non ti sono mai piaciuti gli spogliarelli, questo non è un buon momento per provare ad andarci. Il giorno dopo, cambiando il pannolino a tuo figlio, potresti immaginartelo con qualche banconota infilata qua e là.

4 - Ubriacarsi e vomitare fuori dalla discoteca, non farà altro che riaprire vecchie ferite, ripensando alle tue nausee mattutine. Non ne hai già avuto abbastanza?

5 - I tacchi vanno benissimo ed esaltano senza dubbio la tua femminilità. Ritengo, però, che non siano la soluzione più furba per rincorrere tuo figlio al parco. Al massimo, potresti servirti del tuo tacco 12 per tirarglielo dietro, quando proprio non riesci a raggiungerlo. Ma è una tecnica non ancora approvata dall’UNICEF.

6 - Gli addii al nubilato con tanto di maglietta personalizzata che ritrae la futura sposa abbracciata a un fallo gigante, coroncina di cazzetti e cestino dispensa preservativi, sono fatti per chi ancora non ha scoperto la differenza tra allattamento a richiesta o a orario.

7 – Mettere sul tuo profilo di Facebook una foto di quindici anni fa, ovviamente autoscattata, con un’espressione da coniglietta sexy e aderire ai raduni dei fan di Twilight ti si ritorcerà contro. Perché tuo figlio, che di Internet e social network ne sa già più di te, ha già trovato il tuo profilo e si è già fatto quattro risate con gli amici.

8 - Piangere e strapparti i capelli a un concerto dell’ultima boy band del momento, può avere senso solo se lo stai facendo come corso di formazione. Una sorta di aggiornamento antropologico per sapere come aiutare i teenager di oggi. Fossi in te ne parlerei col tuo commercialista: forse puoi ancora scaricare il costo del biglietto.

9 – Se al liceo eri una specie di cheerleader pronta a esibirti in balletti e acrobazie a tutti gli eventi sportivi della scuola, non è necessario che tu faccia altrettanto alla partita di calcio di tuo figlio. Lui ti sarà altrettanto grato, anche se ti limiti a un tifo più sobrio. Consentito anche a un pubblico under 18.

10 – Il fine settimana con le amiche è un vero toccasana. Attenta però, se sei una che si fa venire la balla triste, a non finire in un angolo del bar a raccontare quanto ti pesa la poppata di mezzanotte.

lunedì 17 marzo 2014

Cose da uomini.


-55

Mio figlio è diventato un uomo. L’ho capito stamattina, da come si è tolto il ciuccio per darmi un bacio: a metà tra Clark Gable in Via col Vento e Patrick Swayze in Darty Dancing.

Mio figlio è diventato un uomo, l’ha capito anche la signora del piano di sopra, quando lo ha incontrato sul portone e lui l’ha fatta passare, salutandola con un buon giorno signora.

Mio figlio è diventato un uomo, anzi un omo (de panza), con tanto di canottiera macchiata di sugo. L’ho capito quando gli ho chiesto cosa gli era piaciuto di più del nostro week end in montagna, e lui mi ha risposto la lasagna.

Mio figlio è decisamente un uomo, per come mi abbraccia e mi chiede la canzone dei baci (piccoli bacetti sulla sua guancia che fanno tipo una melodia) e poi batte un cinque da bullo a suo padre.

Mio figlio è diventato un uomo per come lancia i suoi calzini in tutta la casa e per come sbatte il piatto ripetutamente sul seggiolone, quando la cena tarda ad arrivare.

Mio figlio è proprio un uomo per come mi accontenta con un sì mamma, continuando a guardare il suo programma preferito. Per poi fare comunque quello che vuole.

Mio figlio è un uomo, e della peggior risma, quando mi fa arrabbiare e poi mi dà un bacio dicendomi mamma no arrabbiata. Tu contenta!

Mio figlio si sta facendo uomo. I primi dubbi mi sono venuti quando, insieme a tutti i nomi dei suoi amici dell’asilo, ha imparato anche quelli delle loro mamme.

Mio figlio è un uomo (italiano) da quando ha detto a suo padre che mamma Isa è la mamma migliore. E fa pappe migliori!

Sì, mio figlio è un uomo. E mi ha detto che il suo pannolino non è da buttare via perché lui fa la cacca pulita.

Mio figlio è un uomo e per farlo ha bisogno delle ciabatte giuste.





Ma soprattutto, mio figlio è un uomo perché ho saputo che prima di addormentarsi. Quando la porta si chiude e lui rimane solo nella sua stanzetta con il suo papà.

Dopo che anche l’ultima favoletta è stata raccontata.

Che il cacciatore ha sventrato il lupo col coltello e ha fatto uscire Cappuccetto e la nonna dalla pancia, tra sangue e organi vari (ho scoperto che questa è la versione ufficiale che gli racconta suo papà).

Quando anche i tre porcellini possono dormire sonni tranquilli nella loro casa di mattoni. Alla facciaccia del lupo. Sempre lui.

Quando tutto dovrebbe essere pronto per fare le nanne.

Quando la luce si spegne e si dovrebbe sentire solo il rumore del bacio della buona notte.

Inizia, invece, una sonora gara di scoregge.

Tra risatine complici e applausi, al grido di papà sei un caccòno, papà caccònoooo! Marco cacchino! Ahhahhahahha…





Non confondete il buon gusto con la mancanza di gusto. (Bill Bernbach)







venerdì 14 marzo 2014

Mamma dixit – Intercettazioni creative. Meglio soli o mal accompagnati?



Il Parco. Questa realtà sociale a me, un tempo, sconosciuta ma che, da quando è arrivato Marco, è diventata così familiare. In poco più di due anni sono diventata una vera esperta, un’assidua frequentatrice di parchi di piccole, medie e grandi dimensioni.

Ed è proprio dentro a queste aree che si creano amicizie, raccontano storie, intrecciano avventure. Tutte tra persone che, forse, se non avessero avuto dei figli, non si sarebbero mai incontrate.

Al Parco ci scopri i VIP, ma soprattutto le VIP. Mamme con metà dei tuoi anni che, a tre mesi dal parto, sembrano uscite da un centro benessere di ultima generazione, dove ti regalano anche dei centimetri di coscia in più. E qui le mamme, intese come quelle normali che hanno ancora un po’ di pancetta ben dopo il terzo mese, si scatenano in commenti e commentini che poco hanno a che vedere con lo spirito di squadra e la solidarietà femminile.

L’universo maschile tra panchine, scivoli e altalene è rappresentato dai papà. Che sono anche i più notati: sono pochi e quindi hanno tutti gli occhi addosso. È come se mettessimo una donna in una caserma!
Le tipologie di padri al Parco sono, tutto sommato, due.

1- La prima è quella del padre giovane e alternativo, che magari fa un lavoro creativo che gli permette di avere del tempo libero da dedicare ai figli o, meno poeticamente, è stato licenziato e quindi ha veramente tanto tempo per stare con la prole. È un uomo giovane, sportivo che si diverte davvero con i suoi bambini e questo lo mette ancora più al centro dell’attenzione di tutte le donne presenti. Tate comprese.
2 - Il secondo tipo di padre parchettaro è quello che proprio non ha potuto dire di no. La moglie lo ha incastrato e si è fatta mettere un impegno di lavoro proprio in orario post scolastico. Giacca, cravatta, 24 ore, tablet, palmare e auricolare. Si piazza in un angolino defilato, sperando che nessuno lo identifichi come il padre di qualche mocciosetto.
Una volta, ho avuto il piacere di incontrarne uno: sua figlia stava scarnificando un piccolo cespuglio fiorito con un bastone usato tipo ascia. Si accaniva contro questa rara forma di natura verdeggiate con odio e arcaico rancore.

Io: Ciao bimba, non pensi di fare male a questa povera piantina?

Lei: No! E comunque non sono affari tuoi.

Io: Mh e dove è la tua mamma?

Lei: C’è il mio papà. È quello là. E indica un uomo nel mezzo di una video chiamata dal suo smartphone.

Io: Aaaah, capito. Accanisciti pure, ché c’hai i tuoi motivi!

L’ultima specie vivente, in età post scolare, presente al Parco, è quella multietnica, variegata, poliglotta popolazione di tate. Giovani, vecchie, accomodanti, sorridenti, severe, indifferenti, materne, amorevoli… insomma, tutto un mondo di donne dentro al mondo delle mamme!
Una cosa divertente, e molto utile, che ho visto fare alle tate è incentivare i bambini a parlare in inglese. Ma questo, a volte, genera delle conversazioni davvero divertenti, tra chi ancora non ha la totale padronanza nemmeno della propria lingua madre.

What’s your name? Ha chiesto un giorno un bambino a Marco.

Focaccia grande così. Ha risposto lui per non sbagliare. E poi hanno continuato a giocare. Probabilmente, pensando che parlare l’inglese non è poi così difficile come si dice.

In questi giorni, l’ho già detto, Marco si è ammalato in un susseguirsi di malanni e fastidi di stagione che ci hanno impedito di andare al Parco con la nostra solita frequenza.
In uno dei tanti messaggi che mi sono arrivati, nei quali ci si interrogava sulla nostra prolungata assenza, uno mi è piaciuto particolarmente.
Diceva semplicemente: ci siete mancati oggi al parco.


Strano come un posto che una volta consideravo solo di passaggio, adesso mi faccia sentire a casa.





lunedì 10 marzo 2014

Mamma dixit - Intercettazioni creative. Le mie prigioni.


Ho già detto che i bambini si ammalano?

Sì lo so, l’ho detto. Ma non ho detto come le mamme riescono a sopravvivere. Oltre che facendosene una ragione. Perché, quando in un solo mese, si inseguono una bronchite, una tracheite e un’influenza modello base, una mamma due domande se le fa. La prima è sempre: ma sarà sempre così?
Perché una mamma vive sempre nella speranza che i cicli di suo figlio siano passeggeri. Che ogni problema, comunque, finirà. Sa benissimo che lascerà il posto a un nuovo problema, che le farà rimpiangere quello di prima, ma non ha voglia di pensarci. Lasciateci i nostri piccoli trucchetti. Ecco.

Non ho seguito passo, passo la formazione di Marco nella mia pancia. Aprivo una finestra di comunicazione, più o meno, una volta al mese.

Ehi, là dentro? Come procede la trasformazione da fagiolino a persona?

Guarda, ci sono delle manine.

E quello cos’è? Un sorriso? Allora ha la bocca. E meno male.

Ma che belle orecchie, mica le avevo notate la scorsa volta.

La sua crescita avveniva mentre io mi occupavo di altro, per poi accorgermi che un paio di piedi stavano bloccando la bocca del mio stomaco, ma non importa.

Non si può dire lo stesso per i suoi anticorpi. Quelli hanno uno sviluppo tutto loro, e lo sto seguendo giorno dopo giorno. Non mi perdo un passaggio.
Seguono le fasi della Cometa di Halley e, una volta che ne hai visto uno, devi aspettare una settantina d'anni per vederne un altro.

Allora che si fa? Ci si arrende all’evidenza, ci si imbruttisce? Si diventa la testimonial della vita da stazione: mozzicone tra le dita, capelli ispidi, otto coperte addosso, ti riduci a trascinare un carrello del supermercato per casa, con dentro bottiglie di vino vuote? Possibile, ma un po’ bruttina come fine.

No, una mamma ha sempre un piano b, una risorsa alternativa. Da quando mi hanno detto che Marco stava nascendo e, dopo due ore di spinte, urli e parolacce eravamo ancora tutti lì, ho capito che posso fidarmi solo di me stessa. La forza ce l’ho dentro. Il problema è sempre lo stesso: farla uscire!

Quindi, eccomi qua, a ringraziare quanti, consapevolmente o no, mi stanno aiutando a superare questo periodo da reclusa.

1 - Prima di tutto la Rete. E non quella coi pesciolini, gioco preferito di Marco. La Rete Internet: una finestra sul mondo, anche quando il mondo ti sembra molto lontano.

2 - Whatsapp e tutti quei gruppi e gruppetti di amiche, mamme e fancazzisti con cui posso scambiare qualche foto. Che poi, riguardando, rinnego sempre!

3 - Il signor Ferrero, che quando ha inventato la Nutella deve avermi pensato. Oggi sarebbe fiero di me.

4 - Il marciapiede qui sotto, un po’ troppo alto per parcheggiarci la macchina. Io lo so, ma tutti gli altri no e la creatività che può nascere da un parcheggio andato male, dà sempre tanta soddisfazione. Soprattutto a una mamma di cattivo umore.

5 - Quei programmi assurdi tipo: “non sapevo di essere incinta”, “scegli l'abito da sposa con tua suocera”, “la tua seconda casa in Australia”, “apri un b&b di successo e facci soldi a palate”…
Insomma, un vero e proprio Metodo Stanislavskij per interpretare al meglio la casalinga disperata.

6 - Grazie anche a Topolino. Non mi sei mai piaciuto, ma il modo in cui riesci ad assorbire tutta l’attenzione di Marco è incredibile. Non so come fai. Userò la tua voce per chiedergli di andare a letto, magari è la volta che mi ascolta.

7 - L’allarme del meccanico dall’altra parte della strada. Grazie per averlo riparato. Se fosse partito un’altra volta, svegliando Marco, avrei sicuramente fatto qualcosa per cui mi sarei decisamente pentita.

Per ultimi, voglio ringraziare anche voi, cari, giovani anticorpi. Sì, proprio voi. 
Perché è grazie alla vostra inesperienza che oggi sono rimasta a casa a giocare a nascondino con Marco.

Che si diverte un sacco quando inizio a cercarlo, ma ha tantissima paura di venire trovato!





giovedì 6 marzo 2014

Non c’è praticamente nulla che non sia in grado di annoiarci. (Bill Bernbach)



-56

Una manciata di motivi per cui non mi dispiacerebbe essere un uomo. 
O almeno, i primi che mi sono venuti in mente.




1 - Fanno pipì in piedi.

2 - Possono pianificare le terme senza guardare il calendario e contare 28 giorni.

3 - Possono sbronzarsi, ritrovarsi a letto con una sconosciuta e poi raccontarlo, facendoci anche bella figura.

4 - La loro pancia gonfia si risolve sempre in bagno, nel giro di pochi minuti. La nostra dal ginecologo. Nel giro di 9 mesi. Decisamente più complicato!

5 - Possono dire cose del tipo:
Il nostro rapporto mi soffoca. Ma non è colpa tua. Sono io che sono tutto sbagliato.
Non è che non ti amo, è solo che non mi va di dirtelo.
Forse non parlavamo abbastanza. È per questo che ti ho tradito.
E dirle anche in totale buona fede.

6 - Non esiste nessun problema che non possano risolvere davanti a una birra, in una serata di rutti e scoregge.

7 - L’ufficio complicazioni affari semplici, per loro è sempre chiuso.
Quell’ufficio è l’unico caso in cui le quote rosa funzionano davvero. Ci lavorano solo donne!

8 - Polvere, sporco, incrostazioni, disordine… su di loro non hanno alcun effetto. Vivono benissimo in condizioni giudicate malsane anche dai guerriglieri nella foresta colombiana.

9 - Anche loro si chiedono se sotto quel mucchio di vestiti non ci possa essere una persona ormai defunta… ma non gliene frega niente.

10 - Quelli stessi calzini e boxer sui quali noi inciampiamo ogni mattina, sembrano spostarsi e cedere il passo quando arrivano loro. Forse riconoscono il padrone.

11 - Non potersi permettere le ultime decollete di Prada, per gli uomini, non è un dramma. Sto ancora studiando come sia possibile!

12 - Se un uomo guarda fuori dal finestrino mentre siete in macchina, non è che in realtà sta girando lo sguardo dall’altra parte per farti capire che hai fatto qualcosa di sbagliato, ma che però dovresti accorgertene da sola e non dovrebbe essere lui a dirtelo. Sta solo fissando il bel culo della bionda ferma al semaforo.

13 - Se hanno tra i 30 e i 40 anni e stanno facendo un colloquio di lavoro, nessuno gli chiederà mai se vogliono avere figli. Mica male non dover, per forza, raccontare i cazzi (ops) propri. 

14 - Se il capo li guarda dritti in mezzo al petto, mentre sta parlando col loro, penseranno di avere una macchia sulla giacca. Non si chiederanno se hanno messo una maglietta troppo scollata.

15 - Tutte le volte che il loro bambino di due anni chiederà di essere lanciato in aria e ripreso una ventina di volte, potranno almeno provarci, prima di strisciare in bagno e strafarsi con un mix di Voltaren e Muscoril.

16 - Quando sbraitano in macchina, rischiano anche di sembrare credibili. Noi, solo delle isteriche erinni che hanno sniffato dell’elio. 


17 - Un uomo va in giro con un figlio per mano, uno sul passeggino e un altro nel marsupio e risulta sexy. Ora immaginatevi la stessa scena con una donna...


18 - Gli uomini invecchiano sapendo che il loro fascino migliora con l'età. In pratica: il meglio deve ancora venire.


19 - Loro sono quelli che alzano la tavoletta. Noi, quelle che cadono dentro il water la mattina dopo.
20 - Gli uomini per andare da A a B utilizzano una linea retta. Anche noi ma ci camminiamo sopra come un funambolo, in più ci bendiamo e chiediamo a qualcuno se ci fa il solletico.

mercoledì 5 marzo 2014

Con gli occhi di un bambino.


-57

Come è il mondo visto dal basso? C'è un fotografo inglese che se lo è chiesto e il risultato sono tante immagini che raccontano un punto di vista insolito, un po' dimenticato. Un punto di vista piccolo, piccolo.



Ecco, io questo punto di vista invece non lo voglio dimenticare, perché è quello che ogni giorno mi serve per vivere nel mio mondo in miniatura. Che poi è quello di Marco. Per raccontare questo mondo, però, non userò l'obiettivo di una macchina fotografica ma le parole. 
Fingerò, solo per un momento, che Marco abbia scritto la sua prima pagina di diario. Una pagina un po' triste, a dire il vero: la nostra prima litigata.

(Si può litigare con una persona che ha trent’anni meno di me? A quanto pare sì.)

Quella pagina, più o meno direbbe così:

Oggi mamma Isa mi ha sgridato. 
Voleva che la seguissi a casa ma io non avevo finito i miei giochi.
Voleva che la seguissi. Ma lei non riusciva a seguire me.
Io corro via perché lei mi prenda. 
Io scappo perché lei venga da me.
Infatti rido mentre lo faccio, ma lei si arrabbia.
Però, quando ci rincorriamo per gioco va bene. 
Forse non giochiamo mai nello stesso momento? 
Oggi mamma Isa non stava giocando, perché io la conosco la sua faccia di quando giochiamo e oggi non aveva quella faccia.
Oggi aveva la faccia del lupo cattivo di Cappuccetto Rosso, e parlava anche con il suo vocione. 
Quando mamma fa quella voce, io la mano non gliela voglio proprio dare.
Preferisco fare da me, tanto so come si cammina e so anche andare sulle strisce della zebra da solo.
Io ho due anni e so che sulle strisce della zebra si guarda e si corre.
Come con il semaforo. 
Solo che la zebra è bianca e nera e il semaforo è rosso e verde.
Alla sera, io gliel’ho chiesto a mamma Isa: mamma, tu contenta?
Lei ha detto di no e allora ho pensato di farglielo io un sorriso.
Con le mie mani. 
Ho preso i lati della sua bocca, glieli ho tirati verso l’alto e ho detto: adesso mamma Isa è contenta.
Poi ho tolto le mani e il suo sorriso è rimasto su.
Allora ho detto:
anche Marco contento!



inconsapevole ispirazione per questo post.