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giovedì 27 febbraio 2014

Mamma dixit – Intercettazioni creative. I bambini fanno oh. Noi facciamo oooooh!


Vi ho già parlato delle mamme Cassandra? Quelle che ci tengono a dirti come andrà la tua maternità, prima che tu possa vivertela come ti spetta. E, ovviamente, le loro previsioni sono sempre nefaste.

Ah, il primo dentino… me lo ricordo ancora, in casa non abbiamo dormito per notti intere.

Il primo anno d’asilo? Un giorno in classe, dieci a casa.

Aspetti un maschio? In bocca al lupo, cara. Le femmine sì, che sono tranquille, neanche ti accorgi di averle.

Non so cosa spinga queste donne a godere nell’allarmare le puerpere. O forse lo so: il vecchio adagio del mal comune, mezzo gaudio non passa mai di moda e, una mamma in piena crisi d’identità, si aggrapperebbe a qualunque cosa pur di non sentirsi l’unica sfigata del mondo a cui i figli hanno cambiato la vita.

Ho sempre cercato di stare alla larga dalle Cassandre e ho fatto di tutto per non vestirne mai i panni! Ecco, non lo farò qui.
Quindi, se siete delle giovani donne che gongolate accarezzandovi la pancia e vi commuovete comprando calzini mignon per il nascituro, non leggete oltre: quanto segue potrebbe urtare la vostra sensibilità.


Vedo donne che si aggirano, portando occhiaie di un certo peso. Dalle diverse nuance di grigio.

Altre che parlano da sole, trascinando i loro passi in scarpe scompagnate. Con dentro calze, altrettanto scompagnate.

Amiche di cui invidiavo il portamento e la grazia, incedere ricurve e incazzate, verso una meta che pare non essere chiara nemmeno a loro.

Che cosa è successo? Perché tanta decadenza e in così poco tempo?
Semplice: di seguito vi porterò tre esempi che spiegano perché, gli anni di una donna tra i trenta e quaranta, vanno contati come quelli dei cani: 7 anni ogni 12 mesi.

1 - Come vi sentireste se, nel cuore della notte, vi facesse visita Dart Fener? Vi sembra anche di vederlo con il suo casco integrale e il mantellone nero. Invece no, è vostro figlio che emette un rantolo, una specie di fischio prolungato che vi risucchia dal letto. Niente di che, vi dicono i pediatri: di notte si chiude la gola e oplà, vostro figlio non respira più. Ci sarà pur qualcosa che possiamo fare per evitare il peggio?
Troppo facile! L’unica cosa da fare è prendere tuo figlio e metterlo in un ambiente creato sulla falsa riga della giungla tropicale: tasso di umidità 99%, caldo percepito 50 gradi e aspettare che riprenda a respirare. Ti è concesso tirare qualche parolaccia qua e là, questo sì. Stamattina li ho contati: cinque capelli bianchi che giurerei di non aver visto prima di andare a letto!

2 - Se, invece, avete voglia di qualche brivido fuori casa, allora uscite a fare la spesa con vostro figlio di due anni. Di certo non vi annoierete! Soprattutto quando lui, per testare le capacità podistiche della mamma, decide di sfuggirvi nel parcheggio, dribbla macchine e carrelli e si rintana nel vano ascensore. Voi lo riprendete tutte trafelate e vi sembrerà che il peggio sia passato, allora lo sgridate. Ma non fate in tempo a dirgli che potrebbe farsi… male. Ecco! Vi è scappato di nuovo, si è girato di scatto, ha sbattuto la testa e ha perso i sensi così velocemente, che voi ancora siete nel bel mezzo della ramanzina. La giornata finirà al pronto soccorso, con buona pace della vostra freschezza e della serenità interiore che un tempo cercavate nelle lezioni di yoga.

3 - Un ultimo modo per perdere anni di vita nel tempo di un caffè, è un grande classico: le convulsioni da febbre. Di questo sì che te ne avevano parlato, ma ogni madre nasconde l’eventualità nell’angolo più remoto del cervello. Come un maglione che non metti da anni e che non ti decidi a buttare. Lo tieni nell’armadio, ma non ti importa di sapere dove.
Poi succede che una sera, tuo figlio sta guardando la televisione e a un tratto si irrigidisce e butta indietro la testa. Ti stai ancora chiedendo quando cavolo può essergli salita la febbre: prima o dopo la sigla del suo cartone animato preferito? E intanto stai già chiamando l’ambulanza che vi porterà in ospedale. Alla voce del 118, che cerca di tranquillizzarti al telefono, vorresti raccontare che c’è stato un tempo in cui, tra i numeri di emergenza, avevi solo il take away cinese!

Grazie alle mamme che mi raccontano queste avventure con un sorriso. 
A tutte quelle che si svegliano con qualche capello bianco in più, voglio dire: noi non invecchiamo precocemente come fanno i cani. In realtà, viviamo tante vite come i gatti!


domenica 23 febbraio 2014

Oggi. Tre anni fa.


-58

Cerca l'equilibrio del significato come un poeta. (Gabriella Ambrosio)

Se devo essere sincera, quella linea rossa proprio non me l’aspettavo. Non ero preparata. Forse non lo sei mai veramente. Ci siamo visti così, io e te, la prima volta.
O meglio, io ho visto te: una linea rossa dentro un test.

Poi sei diventato un battito, forte come un’esplosione, profondo come un temporale. Eri grande come una capocchia di uno spillo ma ne facevi di rumore. Io ti sentivo dentro a un monitor in bianco e nero, ma sapevo che eri dentro di me.

Ci siamo studiati per bene io e te, abbiamo avuto modo di conoscerci con calma. Io ti guardavo attraverso il mio corpo che cambiava.
Ti parlavo e tu rispondevi a modo tuo: una piccola fitta, un po’ di nausea, tanto sonno, voglia di gelato, odio per il caffè e qualche pugnetto quando, nel letto, mi giravo dalla parte sbagliata.

Ti ho visto diventare un piccolo fagiolo e poi, un giorno, mi hai voluto fare ciao con due manine nuove di zecca.

Mi hai fatto vomitare una sola volta, quando ti credevo una femmina.

“Ma scusa, se tu sei la mia mamma Isa e io sono Marco. Chi cavolo è questa Matilde con cui continui a parlare?”

Ti capisco, mi sarei fatta vomitare anch’io!

Gli ultimi giorni, eri per me solo due piedini conficcati sotto le costole. Era il tuo modo per dirmi che di lì dovevi proprio uscire.
Hai deciso tu quando e, adesso che so quanto ti piace fare di testa tua, tutto mi è più chiaro.

Siamo riamasti in una stanzetta una notte e una mattina. Tutti e tre… e un mucchio di ostetriche che, di te, continuavano solo a dirmi che c’eri quasi, che si vedeva già la testa. Sono arrivata ad odiarla la tua testa, che aveva deciso di incastrarsi nel mio corpo.

Dai, dicevo, se avevi tanta fretta, perché adesso non ti muovi?!

Perché tu odi i cambiamenti e mi pare di vederti: pronto per nascere, che ci pensi ancora un po’. Perché non sei poi tanto sicuro di voler uscire di lì. Alla fine ci stavi bene dentro di me. Non ti fidavi di quello che ti aspettava fuori.

Ma poi ti sei convinto e sei venuto al mondo.

La prima volta che ti ho visto ho pensato due cose: che mi assomigliavi da morire e che avevi una straordinaria testa a punta.

Vivremo un sacco di altre avventure nella nostra vita, alcune ci porteranno lontano. Ma una cosa è certa: questa l’abbiamo vissuta insieme, ed eravamo più vicini che mai.



Oggi, tre anni fa, ho scoperto che esistevi.



venerdì 21 febbraio 2014

Le stelle stanno in cielo e Tarzan non lo sa.


-59

A volte, Marco viene a dormire nel lettone.
E non storcete il naso. La conosco quella smorfia. La facevo anch’io… fino a quando non ho conosciuto le tecniche persuasive che può inventarsi un bambino, già dai primi anni di vita.

Marco le affina ogni giorno:

“Ah sì, voi fate i duri? E io faccio il piccolo orfanello.”

“Stanotte volete fare i genitori di Rambo? Beccatevi questa.”



E così, ci sono notti che è impossibile non trovarlo acciambellato tra noi due, che gioca coi baffi del papà o infila tutto il braccio dentro la maglietta della mamma.
(Marco, te lo scrivo qui, così magari, un giorno, tutto ti sarà più chiaro: le tette non ci sono più. È inutile che continui a cercare!)

E poi, ci sono quelle notti che decide anche di fare due chiacchiere. 
Bisogna capirlo: la notte è giovane per lui!

Succede che ce la raccontiamo sulla nostra amica Cappuccetto Rosso, imitando per bene la vociona del lupo cattivo. Snoccioliamo tutti i nomi degli amici dell’asilo e, nell’appello, non dimentichiamo neanche le maestre.

Oppure parliamo di quello che abbiamo visto durante il giorno. Questa volta, ci era capitato di andare dal medico, dove abbiamo incontrato: Tarzan. Ci salutava dalla copertina di un libro.

“Chi è mamma Isa?”

“È Tarzan. Vive nella giungla e vola tra gli alberi, attaccato alle liane.”

Questa cosa è bastata per lasciarlo a bocca aperta e non dover neanche aprire il libro: quello che aveva visto in copertina lo aveva già soddisfatto.

Di notte, nel lettone, gli ho chiesto se ricordava il nostro nuovo amico Tarzan, quello che salta sugli alberi della giungla…

“Tì, mamma Isa… Tazzan vola nella giungola.”

“E ti ricordi come fa?”

“Tì, mamma Isa… Tazzan vola attaccato alle stelle.”

Mi ero dilungata molto a spiegargli cosa fossero le liane e come quest’uomo forzuto riuscisse a passare da un albero all’altro con il suo grido di battaglia.
Sembrava proprio che mi stesse ascoltando. Invece, come al solito, io parlavo da adulta e lui ascoltava da bambino. E ai bambini non servono tante spiegazioni. Serve soltanto vedere un uomo che vola e pensare che sia appeso alle stelle. 

Ma mica me l’aveva detto subito! Mi ha lasciato parlare e spiegare tutto per bene.

D’altronde, quando sai volare aggrappato alle stelle, cosa te ne frega di sapere come è fatta una semplice liana.


"Il segreto per annoiare è dire tutto." (Voltaire)


mercoledì 19 febbraio 2014

Mamma dixit – Intercettazioni Creative. Calcio for dummies.


Come parlare di calcio, se di calcio non sai niente. Come me.


Non c’è nulla da fare, in famiglia siamo in due a non amare il calcio: una sono io e l’altro, un po’ a sorpresa, è Marco.

Tanto per iniziare, il primo derby della sua vita è andato a favore della squadra avversaria. Adesso siamo proprio arrivati al punto che, quando vede la tv accesa su una partita di calcio, dice: 
“No papà, uifo(shifo) partita!” 

E così si è spiegato una volta per tutte su questo sport.

E poi ci sono io, che con il calcio non c’azzecco proprio niente. La classica donna che vede una partita solo quando ci sono i Mondiali. Visto, però, che mi accompagno, non solo con un tifoso, ma con un vero intenditore di questo sport, un fine stratega del pallone, allora ho dovuto interessarmene. Almeno un pochino.

Ma come si fa a parlare di calcio, quando di questo sport non se ne è mai capito niente? Ecco qualche argomento da sfoggiare senza rischiare figuracce. 


Un vademecum per una conversazione calcistica da ascensore.

1 - Che numero di scarpe porterà Ibrahimovic? Il 56? Sfido io che arriva a fare gol prima di tutti. 

2 - Non capisco perché non si possa introdurre la moviola in campo. In altri sport c’è, e funziona bene.

3 - Basta con questi gol fantasma. Cosa aspettano a mettere il sensore dentro il pallone, così la facciamo finita una volta per tutte. (è consigliabile usare il tono un po’ esasperato di chi non ne può più).

4 - Comunque, nel calcio, la cosa più difficile da capire è il fuori gioco. Non so proprio come fai tu a beccarci sempre. (puntare sull’orgoglio maschile, in qualche caso, va benissimo: io povera donna di Neanderthal non potrò mai elevarmi alla tua somma sapienza in questo campo).

5 - Certo che in Italia c’è un grosso problema con gli arbitri.

6 - La partita è cambiata da quel rigore dubbio. (la partita cambia sempre dopo un rigore dubbio. Andate sul sicuro!)

7 - Se continuiamo a stare tutti indietro, non prenderemo gol, ma neanche ne faremo. (per rompere il ghiaccio in una partita ferma sullo 0 a 0!)

8 - Certo che è incredibile vedere come cambia una squadra, con un allenatore nuovo. Oh: da così, a così. (crederci come se si stesse enunciando uno dei dieci comandamenti).

9 - In Italia non ci sono più soldi e si vede anche nel calcio. È inutile fare tanti schemi, se poi non hai i giocatori giusti!

10 - Balotelli sarà anche bravo, però non ha testa. Sai quanti giovani si sono bruciati presto perché non avevano il carattere giusto? (meglio se si riesce a impostare un tono dispiaciuto, per questi poveri ragazzi buttati in tenera età in un mondo competitivo e corrotto).

11 - Oh, ma come giocano i brasiliani, però. Hanno sempre una marcia in più.

12 - Con Murinho è iniziata l’epoca degli allenatori un po’ fenomeni. Si sentono tutti delle star… certo, con tutti i soldi che prendono! (buttarla sullo stipendio stellare, fa sempre scena).

13 - Quel giocatore lì, da quando si è messo con la velina, non riesce più a fare gol neanche con le mani. (ditelo tranquillamente a caso: è una dinamica trasversale e non si sbaglia mai).

14 - Nel derby, tutte le regole vengono stravolte. Il derby è un mondo a sé.



15 - Un consiglio, però: se si sta perdendo il derby, la cosa migliore è tacere!




martedì 18 febbraio 2014

Mamma dixit – Intercettazioni creative. A Carnevale ogni scherzo vale. Purtroppo.




Abbiamo un problema per Carnevale: non sappiamo da cosa vestire nostro figlio.

Ma non nel senso che ci mancano le idee e neanche che non vogliamo assecondare le fantasie di un bambino di due anni, che si appresta a vivere il primo Carnevale di cui, probabilmente, avrà memoria.

No, è che abbiamo commesso un errore da cui è difficile tornare indietro: abbiamo chiesto a Marco da cosa preferiva vestirsi.
Convinti che avrebbe accettato uno dei nostri velati suggerimenti… da pesciolino, da Topolino, da Barbapapà… gli abbiamo posto la fatidica domanda:

“E tu, da cosa ti vuoi vestire a Carnevale?”.

Ci ha guardato negli occhi e ci ha risposto: “Da PACUPÀ”.

La risposta è arrivata dritta e precisa e non si è più contraddetto. Abbiamo provato a chiederglielo di nuovo, pensando che fosse uno dei suoi esperimenti vocali, ma niente. Era sempre PACUPÀ. Preciso, preciso.

L’ho anche interrogato sulla forma di questo PACUPÀ e lui mi ha fatto vedere con le manine la sua grandezza, poi mi ha detto che è rosso e che era in camera sua.

Questa volta è fatta!
Perfetto, adesso andiamo di là e finalmente scopriamo cos’è questo PACUPÀ. 
Ma sul più bello, si è perso. Ha aperto il suo baule dei giochi, la suspense cresceva. Io e suo padre lo guardavamo con una certa curiosità, ma il PACUPÀ non è spuntato fuori. Marco ha divagato, ha preso due o tre pezzi di giochi sparsi qua e là, poco convinto anche lui.

Morale: abbiamo provato a distrarlo con altre proposte di travestimento. Ma lui, bello sereno, risponde che no, vuole vestirsi proprio da PACUPÀ.

“Dai, mamma Isa, Marco è PACUPÀ”!

“Volentieri, luce dei mie occhi, mia unica ragione di vita. Ma che ca… è ‘sto PACUPÀ???”

Quindi, approfitto di tutte le mamme e i papà in ascolto e di tutte le persone con tanta fantasia: non lasciate un povero bambino di due anni senza la sua maschera. Date le vostre interpretazioni. Aiutateci a vivere il nostro Carnevale. 


Trovate un significato a PACUPÀ.

Grazie a tutti quelli che vorranno dare una mano!

sabato 15 febbraio 2014

Le Olimpiadi viste da una mamma.

-60


Mi sa che lo conoscete tutti lo spot della P&G per le Olimpiadi invernali di Sochi 2014. C’è chi lo aspettava dalle scorse Olimpiadi estive, perché, bisogna essere sinceri, con questa associazione dello sport con l’amore materno, ci hanno proprio preso!

Ci siamo innamorati tutti di quel messaggio finale, che un po’ di brividi lungo la schiena li fa venire anche a chi considera i figli solo dei nani puzzolenti a cui gocciola sempre il naso.
 
 
Ho già ammesso di non essere adatta a nessun tipo di sport per la mia assoluta mancanza di competizione, ma ci sono dei momenti in cui mi fermo e me lo gusto tutto. Uno di questi momenti è quello delle Olimpiadi.
Guardo gli atleti come dei marziani che vivono attimi di secondo lunghi come secoli. Basta un battito di ciglia per sputtanarsi anni di allenamento, fatica e sacrifici.
Stravaccata dentro la poltrona, continuo a guardare. Fino a quando mi imbatto in uno sport di cui non conoscevo neanche l’esistenza. Mi pare si chiami sci freestyle: la gara consiste in una discesa ripidissima, fatta esclusivamente di cunette, una dietro l’altra, senza neanche un attimo di respiro. A metà della discesa, dopo che ti sei sparato una ventina di salti a ripetizione, con le gambe che ti arrivano a un millimetro dagli incisivi, arriva una bella evoluzione a sci uniti. Poi si riparte con altri salti da stambecco e alla fine, un'ultima evoluzione acrobatica.
Strano, ma guardando questi atleti che volano sulle cunette, il pensiero è andato proprio a me.
Svegliarsi la mattina, a volte con una manina arrotolata dentro i capelli e un piedino puntato su un rene. L’orologio impietoso mi avvisa che la giornata è già partita con mezz’ora di ritardo. Vabbè, ma poi recupero. E intanto salto la prima cunetta.
Preparo una mammomilla coi biscotti, ma solo interi, mi raccomando, e non nella tazza ma nel bicchiere. No, anzi, nella tazza. Ok, metà tazza, metà bicchiere, ma muoviti!
Op-op, altri due salti con le ginocchia belle alte.
Di corsa all’asilo, con cazziatone compreso per il ritardo.
Poi, partono 7 ore da sola, in cui cerco di incastrare tutto, ma proprio tutto. Mangiare mentre mando una mail, guardare il tg mentre stiro, lavorare mentre aspetto il bucato, fare pipì mentre controllo la posta, fare la spesa mentre faccio una telefonata. E poi scrivere qui i miei pensieri, facendoli sembrare un po’ più in bella copia di come avvengono in realtà.
Tra le quattro e le cinque vado a recuperare Marco. Dopo una faticosa giornata di asilo, sarà stanco? Manco per niente. Lo rincorro, lo immobilizzo e cerco di vestirlo. Per la bravura, mi becco anche il suo bacio accademico.
E iniziano le nostre ore insieme, con l’unico obiettivo di fiaccarlo in vista della sera.
La ripida discesa ci porta dritti, dritti a casa per il bagnetto e la cena tutti insieme.
E, quando Marco e il suo papà scompaiono dietro la porta per andare a fare le nanne, ecco che io faccio il mio splendido salto triplo, i piedi si staccano da terra, inizia la mia piroetta, volteggio leggera e atterro sul divano. Mi sembra quasi di sentire anche l’applauso del pubblico.

A volte, le mamme sono freestayler senza neanche mettere gli sci.
 


giovedì 13 febbraio 2014

Mamma dixit – intercettazioni creative. Istantaneamente.


Non so se avete mai fatto caso alle modelle che ci sorridono dalle pagine di moda. Sembra sempre che il fotografo le abbia colte mentre stavano facendo altro. 
Mica se l’aspettavano che una troupe di venti persone cogliesse la loro espressione in quel preciso momento.

Ohibò, io ero qui a fare due chiacchiere, una passeggiata sulla spiaggia, stavo pensando ai fatti miei e non mi sono accorta che un milione di obiettivi stavano catturando il mio sorriso!


Ora, pensate un attimo a noi comuni mortali. Ci fanno una foto in un momento a caso, senza avere avuto il tempo di prepararci neanche un po’. Il meglio che ci possa capitare è di venire con un occhio chiuso e uno aperto o con un po’ di prezzemolo tra i denti. Ma se proprio non è la nostra giornata, allora potremmo venir fuori con una smorfia, degna della nostra miglior interpretazione di walking dead.




Nei giorni scorsi, Marco è stato dai nonni perché io e il suo papà dovevamo lavorare. Proprio lì, dagli stessi nonni con cui aveva carinamente condiviso la sua bronchite a Natale, ha deciso di ammalarsi di nuovo. 
Nonostante questo, sembrava che non gli mancassimo più di tanto: ci salutava frettolosamente al telefono e sentivo la sua voce di passaggio, mentre era impegnato a fare altro.

“Ciao mamma Isa, a domaniiii…”

Perché il futuro, per Marco, si proietta al massimo di 24 ore. Il suo presente è troppo ingombrante, per lasciare un po’ di spazio al resto del tempo.

Ieri è tornato a casa: per le scale, in braccio al suo nonno, li sentivo chiacchierare. Ancora non aveva capito chi ci sarebbe stato ad accoglierlo sulla porta.

Poi, però, mi ha visto e la sua prima impressione è stata di stupore, tipo:
"Mamma Isa? Anche tu qui?"

Si è fermato un attimo e mi ha fissato.
Mi sembra, no ne sono convinta, che sia anche arrossito un po’.

Poi mi si è attaccato al collo e mi ha messo il nasino nella fossetta tra l’orecchio e i capelli. Ogni volta che mi rivede dopo qualche giorno che siamo stati lontani, sembra che gli manchi il mio odore e che mi riconosca da quello, come fanno i cuccioli degli animali.

Si è staccato un po’ per guardarmi bene: “Sì, è proprio la mia mamma, adesso ne sono sicuro”.
Poi, mi si è avvicinato all’orecchio e mi ha chiesto: 

“Mamma Isa… come stai?”

Era la prima volta che me lo chiedeva e so che lo ha fatto perché, in questi giorni di influenza, glielo chiedevo sempre al telefono. Però è stato bello, perché per un momento era lui a preoccuparsi per me.

Ecco, in quel momento ho chiuso gli occhi e ho scattato la mia foto.
Di quelle dove nessuno guarda nell’obiettivo, di quelle dove forse vieni con gli occhi chiusi e un’espressione da idiota, però non importa perché io me la sono immaginata come una di quelle foto perfette, che ci guardano dalle pagine dei giornali.

Bastano un pianerottolo, una luce artificiale, un bambino, la sua mamma e qualche giorno di lontananza. E diventiamo tutte delle top model.


domenica 9 febbraio 2014

Siamo diversi. Soprattutto a San Valentino.


“Non racconteresti bugie a tua moglie. 
Non raccontarle alla mia." (David Ogilvy)

-61

Il 14 febbraio per lei.

“Pronto mamma, senti… per stasera potresti fare la baby sitter? Mi sa che bolle qualcosa in pentola per S
an Valentino
Adesso non posso parlare, perché da un momento all’altro arriva a casa, ma ti dico solo che ho visto che nascondeva due biglietti. 
Chissà per cosa sono…??? Tu che dici? 
Sarà un secolo che non andiamo a teatro. È la volta che mi porta a vedere un musical... sì lo so, a lui fanno schifo ma a San Valentino tutto è possibile, no?
O magari un teatro storico, di quelli belli, antichi, in cui non sono mai entrata e dico sempre di volerci andare. Ci vestiamo tutti eleganti… 
Ti lascio, è arrivato… ccciao, ccciao, ccccccciao."
Clic.


Il 14 febbraio per lui.

Arriva a casa. Va in camera, si cambia, passa dal bagno, esce dal bagno, arriva in sala, accende la tv, si stravacca sul divano… sempre con lei dietro, che lo segue come un cagnolino che ha sentito il suo tartufo. Non lo molla di una pesta.

Lui: Che c’è, perché mi segui?

Lei: Non so, fai le solite cose di ogni sera.

Lui: Certo… forse perché è sera!?

Lei: Sì, ma è una sera speciale… che giorno è oggi?

Lui: Venerdì, perché?

Lei: Intendevo il numero.

Lui: Non so... saremo, più o meno, a metà mese.

Lei: È il 14.

Lui: Ok il 14, come sei precisina, oggi.

Lei: Sì, ma di febbraio. È il 14 feb-bra-i-oooo. Ti dice nulla?

Lui: No, aspetta qui sono preparatissimo: so benissimo che è febbraio.

Lei: E quindi?

Lui: Iniziano gli ottavi di Champions! Mi hanno anche regalato i biglietti per la partita. 



Ogni riferimento a fatti o persone presenti in questa storia, è puramente casuale.








venerdì 7 febbraio 2014

Mamma dixit – Intercettazioni creative. Amore e odio.


Quest’anno Marco è un GRANDE nel suo asilo nido. Lo vedo fare il boss, con una gang di altri quattro, neanche fossimo in "Quei bravi ragazzi".
Da un momento all’altro, mi aspetto che mi chiamino per dirmi che mio figlio ha commesso atti di bullismo su i più piccoli.  
Non si sa mai: se hanno un cellulare a 5 anni, chi mi dice che non possano taglieggiare un amichetto a 2?

L’altro giorno, sono andata a prenderlo un po’ più tardi del solito. Erano rimasti solo lui e il suo amico del cuore. La maestra mi vede entrare e chiama Marco dalla porta: 

“C’è qualche bambino che ha la mamma che si chiama Annalisa?”

Non c’erano molte possibilità di confondersi, visto che i bambini erano solo due. 
Dalla stanza si sente solo una voce, chiara e forte: “Nooo”
Non potevo sbagliarmi: era Marco.
E queste son soddisfazioni, penso.



Marco ha sviluppato un amore vero per la sua insegnante. 
Se gli chiedo cosa ha fatto all’asilo, la risposta è sempre la stessa e cioè un nome, un nome solo: quello della sua maestra preferita.

Si conoscono da poco più di anno, ma deve aver fatto proprio un buon lavoro, perché ha raggiunto risultati che in questa casa sono ancora impensabili.

Quale sarà il suo trucco? La controllo per un po’: vedo che è una ragazza serena, tranquilla che, in qualche modo, sembra non perdere mai la calma. 
Ecco, su calma e serenità non vado fortissima, ultimamente. 
Meglio trovare dei margini di miglioramento da qualche altra parte.


“Marco, cosa preferisci dell’asilo?”

“La maestra.”

“Ecco, infatti…”

“Le vuoi tanto bene?”

“Tì, mamma Isa!”

“E cosa fa di speciale… ti fa giocare, ti canta le canzoni, ti racconta qualche favola…?”

“Calci, mamma Isa!”


“Come? Non ho capito…”

“Calci, calci, calciiii!”

“Calci??? E d-dove?”

“Nella pancia. Qui, qui” (si indica proprio lo stomaco e giù a ridere come un matto)

Vabbè, non mi pare traumatizzato quindi sto al gioco.

“Ma te li dà mentre sei seduto o quando cammini?”

“…seduto.”

“Tipo così?” (e imito un calcio rotante alla Chuck Norris.)

“Tììììì. Cotìììì. Bam-bam-bam!”

“Ma a te piace?”

“Tì, mamma Isa.”

“E vuoi bene alla tua maestra?”

“Tì, tanto bene.”


Ok, mi pare che anche questa lezione pedagogica sia finita.
Devo capire esattamente dove colpirlo e poi divento la mamma dell’anno!