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martedì 26 novembre 2013

Tre cose che non racconterò mai a mio figlio.


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Dopo aver scritto cosa direi a me stessa prima di diventare mamma, ecco quello che preferirei NON dire a mio figlio.

Ieri, Marco è stato sgridato all’asilo. Niente di che… rubava i giochi agli altri bambini, ma è stato comunque ripreso.
Tornando a casa - lui davanti nel passeggino, io dietro a passo sostenuto sotto la pioggia -  gli chiedo: 

“Marco, oggi hai fatto qualcosa che non va? La maestra si è arrabbiata con te?”

“No Mamma Isa.”

“Marco, dimmi la verità. Sei stato sgridato?”

“Eeehm… tanto bene, Mamma Isa.”

Aaah mi stai adulando per creare un diversivo.
Giusto, penso, ci sono cose che anch’io preferirei non raccontarti.
Ecco le prime tre che mi sono venute in mente.



All’età di otto anni, in piena crisi mistica per Michael J. Fox, io e la mia migliore amica non abbiamo trovato niente di meglio che scrivere un’improbabile lettera all’eroe di Ritorno al Futuro. L’indirizzo l’avevamo reperito nell’affidabilissima “rivista” CIOÈ che, probabilmente, aveva tradotto in inglese il domicilio di uno dei redattori di Sesto San Giovanni, aggiungendo poi un altisonante Hollywood-Los Angeles alla fine. Carta da lettere di Hello Kitty e puro italiano di terza elementare: se per caso quella busta dell’85 arrivò mai a Michael, saremo state, senza dubbio, inserite nella lista degli stalker americani.

Qualche anno dopo, ero ormai alla scuola media, non mi sono lasciata sfuggire la moda delle spalline. In quel periodo sembravamo dei giocatori di football americano in miniatura. Chissà chi è stato a svegliarsi una mattina e pensare di inculcare, in tutte le donne del pianeta, il complesso delle spalle rachitiche! Estate o inverno non importava, prima di uscire di casa, bisognava controllare di essersi messe le spalle.
C’è chi ha i denti nel bicchiere, noi avevamo le spalle nel cassetto.
Un bel giorno, ero in classe, e vedo sul pavimento una di quelle imbottiture, come morta, senza vita perché tolta dalla sua spalla di appartenenza. Il problema è che la vedono tutti e inizia un siparietto degno dello spot anni ‘80 del preservativo: “di chi è questo?”
Nessuno risponde, ovviamente. Con una mossa fulminea, porto lo zaino sulla spalla cadente, per non destare sospetti. La campanella suona e tutti hanno di meglio da fare che controllare di chi sia quella protesi. Io scappo il più lontano possibile dal mio imbarazzo e per tutta la vita ho lasciato orfana una spallina di gommapiuma.

Correva l’anno 1991 e Marco Masini riempiva ancora i palezzetti. A me, sinceramente, non interessava molto quel cantante che era decisamente più brutto di Michael J. Fox e che sicuramente non abitava nemmeno a Los Angeles. Il fatto era, però, che al Festivalbar dell’anno precedente, io e un gruppo di amici, avevamo avuto la fortuna di capitare proprio vicino a uno dei cameraman, che aveva passato la sera a fare bizzarre inquadrature solo su di noi. Siccome tutti siamo alla ricerca dei nostri 15 minuti di notorietà, la cosa ci era piaciuta parecchio. Calendario alla mano, vediamo a quale concerto possiamo andare per farci notare un po’. Eccoci, quindi: cinque fan di Masini nuove di zecca, con tanto di magliette con una lettera ciascuna M-A-R-C-O, a gridare come disperate dentro a un palazzetto.
Purtroppo la festa durò poco. Di canzoni non ne conoscevo una, le telecamere non erano lì a un concerto di Masini e, a dire il vero, l’unica cosa che gridavo a squarciagola era: “Vaffancuuulo, Masini Vaffancuuuulo”.
Decisamente, non una delle mie migliori performance!

Quante persone che conosci sono curate, impeccabili… ma banali. (Bill Bernbach)



2 commenti:

  1. Nannini...se sono solo queste le cose che nn vuoi raccontare a Marco...mi sento libera di raccontargli io altre cosucce divertenti sulla sua mamma Isa....ahahahahahahhahah(risata diabolica!)

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  2. Vieterò ogni vostro incontro. ahahha
    bentornata Lali!

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